intervista di Federico Ferrero - 05 settembre 2019

BOOM BOOM BERRETTINI

Matteo Berrettini, 23 anni, servizio e dritto che spaccano. Ma anche una spiccata personalità: educato, competitivo, onesto, rispettoso, intelligente, mai scorretto. E forte, dannatamente forte. E ora può giocare una semifinale allo US Open con l’ambizione di puntare al Masters di fine anno
Matteo Berrettini è nato a Roma il 12 aprile 1996. Alto un metro e 96 per 90 kg, ha nel servizio e nel dritto le sue armi principali. In carriera ha già vinto un titolo ATP, a Gstaad, l’anno scorso.

Matteo Berrettini giocherà la semifinale allo US Open con uno sguardo al Masters di fine anno. Ecco l’intervista realizzata da Federico Ferrero al torneo di Marsiglia.

Se guardi il casco di capelli, trovi una vaga somiglianza con qualche calciatore del futbol bailado immortalato nelle figurine Panini, edizione del Mondiale di Spagna 1982. Un Toninho Cerezo. La spiegazione c’è: la nonna materna, Lucia, la sua prima tifosa, è brasiliana, anche se vive da 50 anni a Roma. Il nonno paterno, invece, è fiorentino: per questo lui tifa viola, ma si sente romano de Roma, cresciuto al Nuovo Salario e innamorato del cacio e pepe (quello giusto, fatto con la pasta lunga e la crema di pecorino). Matteo Berrettini, 23 anni il 12 aprile, un anno e mezzo fa giocava le qualificazioni nei tornei minori. In diciotto mesi ha vinto due challenger, un ATP 250 (Gstaad), ha fatto strizzare otto magliette a Dominic Thiem a Parigi e ha bruciato il checkpoint dei primi cento; nel 2019 ha spinto al limite Stefanos Tsitsipas all’Open d’Australia, ha esordito in Davis in India come il più consumato dei professionisti, ha battuto il giocatore dal ranking migliore (Khachanov, 11) ed è piombato in corsa nel gruppo dei primi cinquanta. Oggi è in Players’ lounge a Marsiglia, dove è entrato di diritto in tabellone; sbocconcella un grappolo di uva e condivide la stessa stanza del relax con Goffin, Simon, Verdasco e Tsonga. Sembra a suo agio, nel club esclusivo dei migliori.

Qualcuno aveva previsto tutto questo oppure, guardandoti indietro, sei stupito anche tu?
«Non mi sarei certo aspettato questi risultati in questi tempi. Sono Vincenzo e Umberto (Santopadre, il coach, e Rianna fornito dalla federazione come responsabile over 18) ad aver avuto una visione a lungo termine: io sapevo solo che volevo fare il professionista e sostenermi da solo, tutto qui. Quando, nel 2014, Zverev vinse l’Australian Open e io mi dovetti qualificare per il tabellone principale, ricordo che mi dissi mannaggia, questo è un anno più giovane di me e guarda dove è già arrivato… Però ognuno ha la sua strada: di Zverev ne nascono pochissimi. Ma, alla fine, anche di Berrettini non ce ne sono tanti, visto che nei primi 50 del mondo, alla mia età, non è che ci sia la fila»

Splendido drop shot contro Deere in semifinale a Budapest

Vero: davanti a te, tra chi deve compiere ancora 23 anni, solo otto piccoli fenomeni, tra cui lo stesso Tsitsipas, Coric, Shapovalov. Ma come si sopravvive al girone infernale del tennis, avendo peraltro fatto poca attività juniores?
«Ricordo ancora le prime partite da professionista, due Futures e due challenger: le persi tutte e quattro. Ma avevo già deciso di non iscrivermi all’università, dopo tre anni di scientifico pubblico e due da privatista. L’estate della maturità giocai contro Tommaso Lago a Heraklion, in Grecia: sole, pioggia, un vento assurdo, avremo interrotto il match sei o sette volte. Esperienze dure, che ho cercato di ricordare andando avanti: volevo togliermi di lì il più presto possibile. Ricordo ancora quella volta in cui stavo giocando al Cairo contro un egiziano (torneo Itf nel 2012, contro Omar Argoun, mai entrato nel ranking ATP) avevo male alla spalla, vincere o perdere non mi cambiava più di tanto. Ero sotto. Poi ho pensato ai sacrifici dei miei genitori e mi sono detto che non potevo mollare così (vinse 1-6 6-4 6-3). Certo, è un cambiamento grosso rispetto agli under 18 dove sei trattato da Vip, soprattutto negli Slam, e hai la tentazione di restarci. Invece mi ci sono buttato. Mio fratello Jacopo (20 anni, numero 402) sta giocando il Transition Tour e ieri mi ha mandato un messaggio nel gruppo della famiglia: “Vado a fare la spesa”. Mi ha fatto tenerezza, ho ricordato quando toccava a me, neanche troppo tempo fa, affittare l’appartamento con altri e contare tutti gli euro. È una cosa importante per noi ragazzi, sono passaggi che ti formano».

Adesso, da 50 al mondo, ci si può prendere più lussi. La scheda ATP denuncia incassi per 700.000 dollari, solo lo scorso anno, e 120.000 in un mese del 2019: quanto ti sei concesso?
«Allora: da junior non guadagni. Non ho mai avuto rifiuti da parte dei miei genitori, anche se non chiedevo a 17 anni di pagarmi la trasferta per fare tre tornei in Australia (papà Luca, ex dirigente Publitalia, è socio nella Rome Tennis Academy in cui Matteo si allena; mamma Claudia ha un negozio di sigarette elettroniche). Da un certo punto, poi, la federazione mi ha dato una mano. Il peso economico della mia carriera è passato pian piano sulle mie spalle: il preparatore (Roberto Squadrone), il mental coach (Stefano Massari), ma sempre senza strafare. E sto investendo ancora: quest’anno, per esempio, il preparatore girerà più settimane con me, è importante per la mia crescita. Per quanto mi riguarda, qualcosa è cambiato. Sono alto quasi due metri e, se devo andare in Australia e spendere 1.500 euro in più per viaggiare comodo, in questo momento non vado a risparmiare su quelle cose. Lo faccio per il mio bene. Del resto, me lo sono guadagnato con i risultati e le vittorie. Il regalo più bello me lo sono fatto lo scorso inverno: un viaggio alle Maldive. Dopo una stagione intensa, penso di essermelo meritato. Ma non è che giochi a tennis pensando di guadagnare per viaggiare e volare in business».

Davvero si pensa così poco ai soldi, quando iniziano ad arrivare nelle tasche di un ragazzo di 22 anni?
«È ovvio che col tennis si può guadagnare bene, se si arriva a certi livelli. Il premio più grosso l’ho vinto a Roland Garros: mi hanno accreditato, al netto delle tasse, oltre centomila euro. Vedere quel bonifico sul conto mi ha fatto impressione: c’è gente a cui servono anni per guadagnare così tanti soldi, io c’ero riuscito in due settimane. Quando sei in campo, però, non pensi al montepremi. Fuori, è normale: quando sei in uno Slam, sei perfettamente cosciente che vincere qualche partita ti garantisce molto denaro».

I migliori punti di Berrettini nel 2018

C’è stato un momento in cui ti sei reso conto che non saresti più dovuto andare a fare la spesa con i tuoi compagni di stanza, che stavi per cambiare categoria?
«Ricordo il challenger a Ortisei contro Dustin Brown (nel 2014, perse al primo turno; lo ha ritrovato e battuto ad Halle 2018): mi faceva impressione trovarmelo contro, gli amici mi chiedevano di procurarmi un suo autografo... Ma in questo mondo mi ci sono ritrovato catapultato in breve tempo. Ricordo a Roma, lo scorso anno. Leggevo il tabellone: Murray, Fognini, Berrettini. E mi dicevo: no, qui c’è qualcosa che non va. Per un verso non ho avuto manco il tempo di rendermene conto. Ecco, magari ci penso dopo. Per esempio a Gstaad, vado a riguardarmi su YouTube e vedo le scelte che ho fatto, i miglioramenti… Da dentro, le partite le ricordi per le sensazioni e per come le hai vissute, se bene o con sofferenza. Ma da fuori si notano altre cose: a Gstaad prendevo decisioni, magari sbagliavo ma ero sereno. Per competere ad alto livello è importante ricreare il più spesso possibile quello stato d’animo. Essere un giocatore è anche questo, riuscire a fare il massimo nelle giornate difficili».

I colleghi si sono accorti di te?
«Sì, la prima cosa è quando ti rendi conto che iniziano a salutarti. Se fossi venuto qui a Marsiglia un anno fa, avrebbero detto: chi è Berrettini, è mancino, è alto, è basso? Adesso, invece, mi conoscono. Il primo, molto carino, a farmi entrare nel gruppo, è stato Gael Monfils: mi ha dato subito confidenza, è sempre sorridente. Più che nonnismo, nell’ATP la questione è che ognuno pensa alle sue cose. Se c’è un giovane nuovo non è che ci tengano a fare amicizia. Non per cattiva educazione, è che in questo sport funziona così, ciascuno fa per sé. Però mi piace pensare che, tra qualche anno, magari sarò io a far entrare qualche ragazzo nel giro...»

I grandi? Federer, Nadal, Djokovic, quanto sono lontani?
«Partiamo dal presupposto che vorrei incontrarli il più tardi possibile (ride), perché continuano a vincere sempre tutto loro, ma io sono cresciuto col mito di Federer. Per come viviamo il tennis in Italia, quella contro Roger è la partita del sogno: da noi la tecnica prevale su altre cose, ammiriamo la bellezza del gesto... Quando lo vedi giocare non può non piacerti. In altre culture, la cattiveria agonistica e la voglia di vincere di Nadal vengono apprezzate di più».

Perché una volta Boris Becker poteva vincere Wimbledon a 17 anni mentre adesso, a leggere l’età dei primi dieci del mondo, ce ne sono solo tre che non hanno compiuto 30 anni?
«Perché nel tennis sono diventate fondamentali due cose, la parte fisica e l’esperienza. Uno che ha più di 30 anni ha giocato decine di secondi e terzi turni in uno Slam. Io, un paio. E in questa fase del nostro sport, in cui il livello medio è molto alto, quelle cose fanno la differenza. Ai tempi di Becker, i primi turni degli Slam erano solitamente più facili. Noi giovani, poi, in partita tendiamo a essere negativi, a dirci che una chance perduta è per sempre. Loro invece sanno che si va ad alti e bassi, che devi stare lì fino alla fine, e tante volte li vedi vincere partite che sembravano perse».

Il primo torneo ATP lo hai vinto sulla terra rossa, a Wimbledon hai battuto Jack Sock, in Davis sull’erba hai esordito con due vittorie. La partita più bella, però, l’hai giocata sul cemento contro Tsitsipas a Melbourne: quale sarà la tua superficie?
«Non ci sono tornei in cui dico oddio, adesso devo andare a giocare lì. Però mi trovo meglio quando ho un po’ più di tempo per cercare il dritto, se il rimbalzo è alto e posso sfruttare le rotazioni con il servizio, le variazioni con lo slice. Penso che il cemento all’aperto sarà il terreno su cui sarò più competitivo. Poi Vincenzo vuole che giochi più di volo ma, per esempio, a Wimbledon non ho sentito questa necessità di buttarmi a rete. Paradossalmente, si riesce a scambiare meglio lì che non su altre superfici. Non è più l’erba di Rafter».

A proposito di Wimbledon, negli Slam sei sùbito sembrato a tuo agio. Tre su cinque è un altro sport, secondo molti, e tu non avevi esperienze di quel tipo, eppure…
«Esperienze uguali magari no, ma gli Slam juniores mi hanno aiutato. Poi sì, un conto è giocare sul campo 30 con un altro diciottenne, un altro sul campo 3 contro un gran giocatore. Ma anche in Davis quest’anno ero all’esordio e, da fuori, dicono che sembrassi freddo e tranquillo. La mia idea è entrare in campo per godersela, contento di essere lì. Poi, voglio essere competitivo negli Slam: è la base del mio percorso, anche perché non mi piacciono le cose a corto raggio. Per rendere bene devo pensare a obiettivi a lungo termine, e questa cosa la ritrovo in campo più facilmente nelle grandi occasioni. Sembra stupido dirlo, perché se perdi torni in hotel e sei distrutto, ma è un concetto che va pure al di là del vincere: contro Tsitsipas, all’Australian Open, ho perso (7-6 al quarto set) ma ricordo le sensazioni, le emozioni, i tifosi greci che urlavano, i 40 gradi, entrambi che eravamo stanchi morti, forse lui più di me. Sei consapevole che te la stai lottando con uno che è destinato a grandi cose. Queste cose te le porti dentro».

Proprio Tsitsipas, dopo la partita, si è detto sicuro che entrerai presto tra i primi 20. Il margine tra te e loro è di 700 punti: quanta strada manca per agganciarli?
«Alla fine, le partite che ho giocato con i top 10 sono state quasi un anno fa, con Zverev, con Thiem, e in questi mesi mi sento molto migliorato. Anche se poi, magari, li ritrovo adesso e prendo 6-2 6-2, eh. Per i top 20… La differenza è che loro sono abituati a giocare a quel livello. L’ho visto contro Verdasco e Khachanov, a Sofia: loro sono partiti investendomi. Io magari ci arrivo sul 5 pari, a giocare così. Contro Tsitsipas, in Australia, non dico siano stati i dettagli a farmi perdere, ma davvero con due servizi e due risposte in più l’avrei portata al quinto set. Diciamo che, nel tennis di oggi, tutti sono bravi a colpire la palla. La differenza tra quelli davvero forti e gli altri è riuscire a farlo bene nel momento giusto. Loro ci riescono».

Il colpo che sta sorreggendo la tua scalata al tennis è il servizio. Negli ultimi 30 anni, i migliori tennisti italiani, a parte Omar Camporese, non hanno mai avuto un gran servizio, anzi, spesso è stato un handicap. Mi spieghi come nasce la tua battuta?
«L’idea l’ha avuta tempo fa Vincenzo, perché vedeva che continuavo a crescere. Da ragazzino servivo solo kick e poi mi spostavo per colpire di dritto, un classico schema da terra. Lui invece è sempre stato un grande sostenitore del servizio, mi faceva lavorare tanto sulla precisione e io non ne avevo molta voglia. Ma poi ho capito che era una cosa troppo importante. Il primo a dirmi che sarei arrivato a servire ai 220 all’ora è stato Adriano Panatta: un giorno venne all’Aniene e mi disse che avrei solo dovuto mettere un po’ di forza sopra e sotto, e poi sarebbe successo. Aveva ragione. Servire bene fa risparmiare tanta energia, visto che non amo troppo correre. Negli highlights delle partite si vedono quasi sempre scambi lunghi, ma se vai a vedere le statistiche, la gran parte dei punti si decide con i primi colpi».

Panatta è stato uno degli ultimi top ten nostrani, e probabilmente il migliore di sempre. Il 31 dicembre 1978, Barazzutti uscì dai primi 10 e mai più un italiano ci è entrato. Onestamente, se oggi sapessi che concluderai la carriera senza essere passato per quella porta, saresti deluso?
«Per adesso, più che in termini di ranking, riesco a ragionare sui trofei che vorrei tirare su. Per esempio, vincere il torneo di Roma sarebbe una cosa fantastica. Poi diciamo che se vinci Roma, che è un Master 1000, entrare nei primi 10 diventa un filo più facile (ride). È ovvio che se ti rispondessi che non ci penso, o che non ambisco a quel traguardo, ti direi una cavolata. Tutto quello che sto facendo è per raggiungere un traguardo da quelle parti. Che poi sia 10 o 15, sarà il mio limite a deciderlo, adesso non lo posso sapere. Ma in cuor mio vorrei essere io quello che muove quella statistica sull’ultimo top 10 italiano».

Sembri molto deciso, sicuro, anche autonomo nella tua vita da professionista. Quanto conta, per te, la squadra?
«Ah, tantissimo. Se non avessi un team così, sarebbe dura. Mi fido di loro al 100%, tecnicamente ma anche umanamente ho un bel rapporto, solido. Serve una figura che ti sia accanto, anche perché con Vincenzo praticamente ci vivo, mi ha preso a 14 anni e passiamo buona parte dell’anno insieme. A cena parliamo spesso, e possibilmente non di tennis ma della nostra vita privata, della famiglia, di chi ci sta vicino. Certe volte ricordiamo episodi, come quando non mi faceva vincere un game. Ora va meglio, ma mi è rimasta dentro la paura: lui è un mancinaccio, mi incastra su quella diagonale sul mio rovescio tirando a uno all’ora…»

Non è anche un rischio, avere un coach che è pure un amico, un confidente e una sorta di secondo padre, avendoti preso così giovane? Il tennis non è come il calcio, è il giocatore che assume e licenzia l’allenatore, si può innescare una dinamica poco sana.
«Non credo, almeno non per me. Lui è sempre stato molto schietto, non ho mai avuto paura che potesse evitare di dirmi una cosa o che facesse qualcosa pensando di mettersi al riparo, per fare in modo di non essere licenziato, diciamo così. So che ha sempre agito per il mio bene, non mi ha mai fatto sentire seduto sul divano. Da ragazzino mi chiamava la radio, perché commentavo tutti i punti. E lì non è stato clemente, mi ha detto che facendo così non sarei diventato un giocatore o, almeno, avrei fatto molta più fatica. Poi mi conosce bene, sa tutto di me: l’anno scorso, quando mi sono lasciato con la ragazza, lui sapeva, capiva e non è che venisse tutti i giorni a farmi una testa così. Ci capiamo, sa quando può spingere di più e quando lasciare un po’ correre. Ma mi ha sempre detto le cose in faccia».

C’è qualcosa che la fama, il denaro e l’ambizione non riescono a compensare?
«Qualcosa sì. Nel 2015 avevo 19 anni e mi sono buttato con incoscienza in questa avventura. Non dico di aver sbagliato ma forse ho sottovalutato, lì per lì, le conseguenze e i sacrifici. Perché ci sono. Ci sono stati e ci sono tuttora momenti di sconforto, stai dieci mesi l’anno in giro, difficoltà ne trovi ogni settimana. Ma, alla fine, la passione mi ha sempre guidato. Se posso fare una vacanza è a novembre, la famiglia la vedo poco, anche se non ho figli mi spiace lasciare i miei a casa. So che sono felici del mio percorso, a volte me li porto dietro anche per ripagarli dei sacrifici che hanno fatto, ma ci vediamo davvero poco. Per due o tre anni, d’estate, viaggiavamo col camper, tutta la famiglia. Pure il cane, che è un labrador di 50 chili. Ci piaceva andare nei tornei che spesso erano in posti belli, in Germania, in Austria, stavamo tutti insieme per una o due settimane. Adesso non si può più. Però io ovviamente sto bene, avendo il privilegio di frequentare il Tour».

Hai paura di abituarti alle comodità e magari di accontentarti?
«Non credo, almeno finché avrò una prospettiva sulle cose. Siamo andati in Davis a Calcutta ed è stata un’esperienza forte, c’era gente per strada che mangiava con le mani, gli operai lavoravano sulle tribune saldando i tubi senza ganci e senza maschera. L’India è una esperienza di vita, prima che sportiva, Vincenzo mi aveva avvertito. Qui, nei tornei ATP, sei servito e riverito, la transportation, gli alberghi belli, i ristoranti. Non è scontato e lo so, ti devi rendere conto della fortuna che hai. Secondo me un po’ tutti noi che siamo qui viviamo con la paura di tornare indietro, di perdere i benefits eccetera. Ma quel pensiero lo metto da parte ragionando sul fatto che uno deve essere contento di quello che ha, godendosi il momento».

Sbagliare pronostici è la cosa più facile che possa capitare nello sport ma questo ragazzo ha davvero tutto, per diventare ciò che l’Italia aspetta da troppo tempo. Ambizioso ma educato, competitivo ma onesto, rispettoso, intelligente, mai scorretto. E forte, dannatamente forte, vincente e pronto a lasciare cuore e polmoni in campo. A Marsiglia, reduce dall’influenza e con una tosse da assiduo delle sale biliardo, ha annullato otto set point a Jeremy Chardy, vincendo in due tie-break (14-12, 7-0) con zero lamentele, zero parolacce o bestemmie e nessun alibi. L’unica tirata in campo è stata contro il suo fratellino Jacopo, a Doha, colpevole di averlo applaudito dopo un bello scambio concluso «con una stecca di dritto che è atterrata a Dubai. Ma dopo la partita sono andato ad abbracciarlo e a scusarmi, perché era stata una reazione nervosa». Quando Matteo doveva ancora nascere, di quelli come lui si diceva che erano giovani «cresciuti con i valori giusti». Un termine retorico, di cui si è persa non solo la memoria ma soprattutto, e purtroppo, la sostanza. Ma se dovesse essere proprio lui, a riprendere quel discorso interrotto alla fine degli anni Settanta, sarebbe ancora più bello.

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